Altri cinquanta così, grazie Paul

Paul Weller compie mezzo secolo e decide di farsi un bel regalo: un viaggio di un’ora e passa dentro mezzo secolo di rock. Ringraziamolo, perché il Modfather non si tiene tutto per sé, ma rende partecipi della festa anche ammiratori e fan che, nell’occasione, potrebbero persino crescere di numero. Negli ultimi tempi l’ex leader di Jam e Style Council ci aveva abituato a una serie di prove se non proprio opache, quantomeno poco ispirate (“As Is Now”, “Hit Parade”). In occasione dei suoi cinquant’anni (li ha compiuti il 28 maggio scorsi), invece, si getta alle spalle ogni remora o scrupolo e suona finalmente la musica che ama di più: quel mix di soul bianco, rock, errebì, brit rock e psichedelia che sono stati il suo marchio di fabbrica negli anni di maggior fulgore.

Ventidue sogni sotto forma di 21 canzoni e un breve racconto dal titolo “The Missing Dream” di Simon Armitage. Un piccolo tributo a se stessi dall’iniziale “Light Night” alla conclusiva “Night Lights”; ballata acustica che è Paul Weller al cento per cento la prima, festosa e chiassosa chiusura di puro pop psichedelico inglese la seconda. Nel mezzo c’è spazio per il soul impastato con l’asfalto della title track (che rinverdisce i fasti di A “Town Called Malice” di Jammiana memoria) e per il soul sopraffino di “Empty Ring” e “Cold Moments”; ma anche per la psichedelia di “Song For Alice” (dedicata alla vedova di John Coltrane, da poco scomparsa) e il pop sporco di “Push it Along” o quello tipicamente inglese e scintillante di “Echoes Around The Sun” e “Sea Spray”.

Certo, in un’ora e quasi dieci minuti di musica c’è anche qualche passo falso, e ci mancherebbe altro. Convince poco, ad esempio, “God” che pure vede alla voce recitante l’ex “Stone Roses” Aziz Ibrahim, così come non lasciano il segno “111” e “A Dream Reprise”. Ma sono solo episodi sporadici, accenni di nuvole in un orizzonte celeste e sereno come quello disegnato dal gioiello “Black River”, in cui Paul si fa affiancare dall’ex leader dei Pulp Graham Coxon in una colorata e sghemba scorribanda sonora.

La comparsata di Coxon non è la sola degna di nota di un disco dove ci mettono le mani anche un genio come Robert Wyatt (“Songs for Alice”), due devoti del credo welleriano: gli Oasis Noel Gallagher e Gem Archer (“Echoes Around the Sun”), oltre al già citato Ibrahim.  Tutti convenuti alla festa di compleanno di Paul Weller, tutti pronti a mettersi al suo servizio. Anche se alla fine dei conti gli episodi migliori del disco restano quelli in cui Paul Weller fa tutto da solo. Come l’assoluto capolavoro “Invisibile”: ballata per piano e voce da mettere i brividi e che dal primo ascolto appare già destinata ad accompagnarti per il resto della vita.

In definitiva un album tanto ricco quanto ambizioso, in cui dopo tanti anni Paul Weller torna a mettere il suo genio a disposizione della musica e non solo del suo ego. Non che il Modfather sia uno cui non piaccia debordare talvolta, ma il bello di questi 21 sogni sonori è proprio la loro intrinseca semplicità musicale, la stessa che da ormai un trentennio accompagna di Paul Weller nei suoi momenti migliori.

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