Clare and The Reasons

ottobre 25, 2008

Clare & The Reasons – The Movie (Fargo)

 

Anzitutto, è bene dirlo: Clare è una donna fortunata. Perché bella, brava, dotata di talento e di una voce suadente e ricca di sfumature. Ma è anche perché di cognome fa Muldaur e suo padre di nome fa Geoff. Indovinato: proprio il geniale folksinger e bluesman, partner di Dylan e Paul Butterfield (fra gli altri) negli anni Sessanta, autore del celebre tema di “Brazil” di Terry Gilliam, produttore, session man, nonché titolare, anche assieme alla moglie Maria, di una manciata di ottimi album. Sicuramente, oltre al dna, nella vicenda di Clare contano anche l’ambiente, le sollecitazioni, le amicizie cui l’avrà sottoposta il padre. Non c’è da restare esterrefatti, dunque, se il suo album di esordio, The Movie, sia un riuscito pastiche di pop sognante, folk arguto e sbarazzino, richiami alle orchestre jazz e fradicio di atmosfere sixties, cori, coretti, archi e chitarre come non se ne sentiva da un pezzo.

Tutto merito di Marie, sia chiaro: il padre, stavolta, lo zampino non ce lo mette, anche se la visita in studio di un vecchio amico paterno, Van Dyke Parks, giova non poco all’ambiente. Se i Reasons, guidati dal compagno di Clare, Olivier Manchon, sono qualcosa di più di un ottimo accompagnamento al talento della lead singer, la presenza dello storico produttore e musicista aleggia su tutto il disco. La sua impronta fa capolino in ogni brano, che siano coretti alla Beach Boys, progressioni melodiche alla Beatles o lussuriose orchestrazioni alla sua maniera; la presenza di Van Dyke Parks in “The Movie” è il classico cacio sui maccheroni.

Il risultato finale è un disco piacevolissimo dall’inizio alla fine, assolutamente consigliato a chi ama il pop d’autore, ma anche a chi vuole concedersi una pausa rilassante, un bagno caldo fra chitarre acustiche, archi e dolci melodie. Quasi si fatica a indicare un brano migliore dell’altro e se alla fine le preferenze cadono su alcuni episodi piuttosto che altri, è solo una questione di gusti personali. Colpiscono Nothing/Nowhere, arricchita da un cameo di Sufjan Stevens, l’iniziale Pluto (poi riletta in chiave jazzy e cantata in francese alla fine del disco), o la mossa Rodi. Delude, invece, l’unica cover del lotto: Everydoby Wants to Rule the World, ripescata chissà perché dal repertorio dei Tears fo Tears, ma che nella rilettura di Clare mette mostra l’unico vero limite del disco (anche se forse di forza si dovrebbe parlare), cioè una certa uniformità negli arrangiamenti e nello spirito esecutivo. Peccato veniale: in verità, infatti, conferma come Clare sia dotata di una scrittura ben al di sopra della media. Difficile ipotizzare che di lei non se ne sentirà più parlare poiché se all’esordio appare già matura e navigata come autrice, è il fascino complessivo del personaggio a colpire. Un hype tale da poter insidiare a una come Joan as the Police Woman lo scettro di reginetta della nuova ondata di musica d’autore americana.

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Grace Slick, essere stati qualcosa di diverso.

ottobre 6, 2008

Una madre, come altre madri, ha il compito di guidare i suoi figli alla scoperta della vita. Non da meno, Grace, in quegli anno fecondi, lo ha fatto. Con affetto, attenzione, con le parole e con i gesti. Gesti come questo dito mostrato nella foto che ha il solo scopo di ricordarci che non c’è dolcezza che abbia un senso senza la rabbia. Ogni giorno dovremmo ricordarcelo quando ci mettiamo a pensare ai fatti di qualsiasi genere o azioni verso le quali ci verrebbe da muoverci a pietà o perdono.

L’estate dell’amore ha insegnato a tutti che, appunto, l’amore viene prima di ogni altra cosa, ma anche che non lo si può sostituire a qualsiasi cosa. Non può essere l’amore a prendere posto della rabbia o dello sdegno. Non può l’amore né sfamare, né curare le malattie. Lo sapeva bene Grace Slick e l’ha insegnato altrettanto bene ai suoi figli. Ricordarselo oggi significa liberarci di una serie di menzogne con cui troppo spesso giudichiamo limitandoci all’aspetto esteriore di un fatto.

Ci pensavo l’altra domenica, uscendo dallo stadio dopo Siena-Roma ho assistito a una scena raccapricciante: una macchina dei carabinieri che nel vano tentativo di rincorrere alcuni tifosi romanisti che stavano scappando, ha attraversato a tutto gas le strade strette e tortuose del centro storico, mettendo a serio rischio l’incolumità delle centinaia di persone che, come qui usa fare, tornavano a casa dalla partita in modo pacifico e tranquillo. Violenta e giustificata la reazione della gente che ha preso a brutto muso i carabinieri. Ma che senso ha avuto un’azione del genere? I tifosi romanisti sono stati comunque arrestati e alcuni di loro già domenica prossima saranno allo stadio, o comunque in giro.

Ha davvero senso, in uno Stato come il nostro, dove il perdono per chi delinque ha sostituito ogni gesto d’amore _ e punire è un gesto d’amore verso chi ha subito un torto, verso le vittime _ mettere a repentaglio la vita di qualcuno per, di fatto, un niente? Non ha senso, e allora la rabbia sfogata della gente sui carabinieri non è più soltanto la rabbia per un’azione scellerata, è la rabbia di chi ha capito che comunque non c’è niente da fare e che la violenza genere solo azioni violente.

Grace Slick avrebbe alzato il dito medio con aria beffarda e avrebbe fatto proprio bene. Non dobbiamo tenerla dentro questa nostra rabbia, dobbiamo farla pascolare con l’amore e darle libero sfogo. Ce lo aveva insegnato, ce ne siamo dimenticati.


Dolci montagne di gloria

ottobre 5, 2008

The Acorn – Glory Hope Mountain

 

Dal gelido Ontario, ecco un disco ideale per scaldare il cuore nei piovosi pomeriggi dell’autunno che verrà. Gli Acorn sono un quintetto che ruota attorno alla carismatica figura di Rolf Klausener, mezzo sangue honduregno, innamorato tanto del folk americano quanto delle sue radici sudamericane. Dopo una manciata di ep che hanno attirato l’attenzione dell’universo indie e costruito un buon seguito in Canada e in Nord America, gli Acorn arrivano al debutto ”lungo” grazie alla Paper Bag.

Glory Hope Mountain è anzitutto un concept album, come si usava (stra)fare negli anni settanta, dedicato alla tormentata vicenda della madre di Klausener, Gloria Esperanza Montoya; di cui appunto il titolo è una primitiva traduzione. Un disco, dunque, che se nelle liriche segue una sua personalissima strada, cioè quella di raccontare la difficile esistenza della madre del leader, altrettanto fa nella musica. Lo fa mescolando gli idiomi del folk psichedelico dei tardi sessanta ai dialetti moderni _ o indie come usa dire in certe circostanze _ e imbastardendo il tutto con spezie dal sapore orientali e africano. Motivo per cui Glory Hope Mountain appare un disco eterogeno solo nei dettagli, presentendo altresì un “corpus” di dodici canzoni che scorrono l’una dentro l’altra senza soluzione di continuità.

L’apertura è affidata a una simbolica Hold Your Breath, in cui la voce tenorile di Klausener soffia su un tappeto di chitarre acustiche e percussioni. Un equlibrio cristallino sembra regnare per tutta la canzone a testimoniare la volontà di rendere ogni momento del disco un quadro compiuto in sé e, al tempo stesso, un elemento di un affresco più grande; appunto il ritratto della vita di Gloria Esperanza Montoya. Flood, la seconda traccia, riprende laddove Hold Your Breath ci aveva lasciato: in quel  terreno per niente ostile dove pascolano band come Iron and Wine, Animal Collective, Wilco e Decemberist (giusto per restare nei tempi moderni).

Il rischio è quello di ripetersi e, alla lunga, di stancare. Ma gli Acorn mettono nel conto il loro possibile limite e si affidano alla fantasia disseminando il campo di piccole mine sonore. Succede già al terzo episodio, Even While You’re Sleeping, dove una chitarra distorta si insinua nel mezzo di una litania dal sapore orientale a rendere il tutto ancor più magico. Il gioco funziona e il gruppo va avanti senza più alcun timore procedendo tavolta per sottrazione (Glory, Oh Napoleon) e altre volte per saturazione (Antenna), giungendo al termine di un disco che, giustamente, negli States ha già accesso le fantasie di molti. Se gente come Fleet Foxes o My Morning Jacket ha già conquistato la prima pagina, non si capisce perché ciò non dovrebbe accade prima o poi con gli Acorn ai quali manca senza dubbio un po’ di “hype”, ma non certo le idee e i sentimenti.

L’unico vero limite degli Acorn, casomai, sta nel non lasciarsi mai andare del tutto. Ascoltare Glory Hope Mountain tutto di fila è una bella esperienza, ma alla fine resta un po’ d’amaro in bocca a pensare di cosa sarebero capaci questi canadesi se dimenticassero un po’ di indie e un po’ di pop e si buttassero a corpo morto sul folk e, soprattutto, la psichedelia.