Dolci montagne di gloria

The Acorn – Glory Hope Mountain

 

Dal gelido Ontario, ecco un disco ideale per scaldare il cuore nei piovosi pomeriggi dell’autunno che verrà. Gli Acorn sono un quintetto che ruota attorno alla carismatica figura di Rolf Klausener, mezzo sangue honduregno, innamorato tanto del folk americano quanto delle sue radici sudamericane. Dopo una manciata di ep che hanno attirato l’attenzione dell’universo indie e costruito un buon seguito in Canada e in Nord America, gli Acorn arrivano al debutto ”lungo” grazie alla Paper Bag.

Glory Hope Mountain è anzitutto un concept album, come si usava (stra)fare negli anni settanta, dedicato alla tormentata vicenda della madre di Klausener, Gloria Esperanza Montoya; di cui appunto il titolo è una primitiva traduzione. Un disco, dunque, che se nelle liriche segue una sua personalissima strada, cioè quella di raccontare la difficile esistenza della madre del leader, altrettanto fa nella musica. Lo fa mescolando gli idiomi del folk psichedelico dei tardi sessanta ai dialetti moderni _ o indie come usa dire in certe circostanze _ e imbastardendo il tutto con spezie dal sapore orientali e africano. Motivo per cui Glory Hope Mountain appare un disco eterogeno solo nei dettagli, presentendo altresì un “corpus” di dodici canzoni che scorrono l’una dentro l’altra senza soluzione di continuità.

L’apertura è affidata a una simbolica Hold Your Breath, in cui la voce tenorile di Klausener soffia su un tappeto di chitarre acustiche e percussioni. Un equlibrio cristallino sembra regnare per tutta la canzone a testimoniare la volontà di rendere ogni momento del disco un quadro compiuto in sé e, al tempo stesso, un elemento di un affresco più grande; appunto il ritratto della vita di Gloria Esperanza Montoya. Flood, la seconda traccia, riprende laddove Hold Your Breath ci aveva lasciato: in quel  terreno per niente ostile dove pascolano band come Iron and Wine, Animal Collective, Wilco e Decemberist (giusto per restare nei tempi moderni).

Il rischio è quello di ripetersi e, alla lunga, di stancare. Ma gli Acorn mettono nel conto il loro possibile limite e si affidano alla fantasia disseminando il campo di piccole mine sonore. Succede già al terzo episodio, Even While You’re Sleeping, dove una chitarra distorta si insinua nel mezzo di una litania dal sapore orientale a rendere il tutto ancor più magico. Il gioco funziona e il gruppo va avanti senza più alcun timore procedendo tavolta per sottrazione (Glory, Oh Napoleon) e altre volte per saturazione (Antenna), giungendo al termine di un disco che, giustamente, negli States ha già accesso le fantasie di molti. Se gente come Fleet Foxes o My Morning Jacket ha già conquistato la prima pagina, non si capisce perché ciò non dovrebbe accade prima o poi con gli Acorn ai quali manca senza dubbio un po’ di “hype”, ma non certo le idee e i sentimenti.

L’unico vero limite degli Acorn, casomai, sta nel non lasciarsi mai andare del tutto. Ascoltare Glory Hope Mountain tutto di fila è una bella esperienza, ma alla fine resta un po’ d’amaro in bocca a pensare di cosa sarebero capaci questi canadesi se dimenticassero un po’ di indie e un po’ di pop e si buttassero a corpo morto sul folk e, soprattutto, la psichedelia.

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