Clare and The Reasons

Clare & The Reasons – The Movie (Fargo)

 

Anzitutto, è bene dirlo: Clare è una donna fortunata. Perché bella, brava, dotata di talento e di una voce suadente e ricca di sfumature. Ma è anche perché di cognome fa Muldaur e suo padre di nome fa Geoff. Indovinato: proprio il geniale folksinger e bluesman, partner di Dylan e Paul Butterfield (fra gli altri) negli anni Sessanta, autore del celebre tema di “Brazil” di Terry Gilliam, produttore, session man, nonché titolare, anche assieme alla moglie Maria, di una manciata di ottimi album. Sicuramente, oltre al dna, nella vicenda di Clare contano anche l’ambiente, le sollecitazioni, le amicizie cui l’avrà sottoposta il padre. Non c’è da restare esterrefatti, dunque, se il suo album di esordio, The Movie, sia un riuscito pastiche di pop sognante, folk arguto e sbarazzino, richiami alle orchestre jazz e fradicio di atmosfere sixties, cori, coretti, archi e chitarre come non se ne sentiva da un pezzo.

Tutto merito di Marie, sia chiaro: il padre, stavolta, lo zampino non ce lo mette, anche se la visita in studio di un vecchio amico paterno, Van Dyke Parks, giova non poco all’ambiente. Se i Reasons, guidati dal compagno di Clare, Olivier Manchon, sono qualcosa di più di un ottimo accompagnamento al talento della lead singer, la presenza dello storico produttore e musicista aleggia su tutto il disco. La sua impronta fa capolino in ogni brano, che siano coretti alla Beach Boys, progressioni melodiche alla Beatles o lussuriose orchestrazioni alla sua maniera; la presenza di Van Dyke Parks in “The Movie” è il classico cacio sui maccheroni.

Il risultato finale è un disco piacevolissimo dall’inizio alla fine, assolutamente consigliato a chi ama il pop d’autore, ma anche a chi vuole concedersi una pausa rilassante, un bagno caldo fra chitarre acustiche, archi e dolci melodie. Quasi si fatica a indicare un brano migliore dell’altro e se alla fine le preferenze cadono su alcuni episodi piuttosto che altri, è solo una questione di gusti personali. Colpiscono Nothing/Nowhere, arricchita da un cameo di Sufjan Stevens, l’iniziale Pluto (poi riletta in chiave jazzy e cantata in francese alla fine del disco), o la mossa Rodi. Delude, invece, l’unica cover del lotto: Everydoby Wants to Rule the World, ripescata chissà perché dal repertorio dei Tears fo Tears, ma che nella rilettura di Clare mette mostra l’unico vero limite del disco (anche se forse di forza si dovrebbe parlare), cioè una certa uniformità negli arrangiamenti e nello spirito esecutivo. Peccato veniale: in verità, infatti, conferma come Clare sia dotata di una scrittura ben al di sopra della media. Difficile ipotizzare che di lei non se ne sentirà più parlare poiché se all’esordio appare già matura e navigata come autrice, è il fascino complessivo del personaggio a colpire. Un hype tale da poter insidiare a una come Joan as the Police Woman lo scettro di reginetta della nuova ondata di musica d’autore americana.

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