Quegli omini verdi con chitarre a tracolla.

settembre 3, 2008

Il rock ha sempre avuto una coscienza sociale. Quarant’anni e passa di musica impegnata lo confermano: dai testi dei folk singer degli anni sessanta ai mega eventi benefici dei settanta e ottanta, fino all’oggi fatto di decine di gruppi che si preoccupano più del consumo di Co2 delle loro tournee che di quante magliette venderanno ai concerti. Non è un problema di poco di conto: pensiamo solo ai quanti tir si muovono attorno a una produzione, ma anche al consumo di elettricità durante gli spettacoli. 

Un aspetto al quale le coscienze più sensibili non possono non pensare. E quando parliamo di gruppo indipendenti _ e si intende la libertà di compiere scelte in totale autonomia rispetto alle logiche della grandi casi discografiche _ spesso il motore è la coscienza sociale. Poteva gente come i Radiohead restare insensibile a dati sconvolgenti come questo: un evento musicale di grande proporzioni consuma qualcosa come 7,5 milioni di tonnellate di anidride carbonica, lo stesso consumo energetico di una famiglia media (tre persone) in un anno. No, non potevano. E con loro ci sono altri decine di gruppi, tutti impegnati a escogitare un sistema per ridurre le emissioni dei loro show.

Gli ultimi, ma solo in senso temporale, sono i Wilco. Poca nota dalle nostre parti, ma seguitissima in America dove ha ”numeri” da capogiro per vendite di dischi e pubblico ai concerti, la band ha deciso di varare un’iniziativa quantomeno singolare. Da sempre impegnati a cercare di contenere il consumo di Co2 e avendo già ridotto all’osso le attrezzature da portare in giro, la gente da spostare e il light-show, adesso i Wilco chiedono ai fans di fare loro parte con il progetto ”Passenger Side” (wilcoworld.net/roadcase/passengerside.php). Prendendo il nome da una canzone sul loro primo album, il posto del passeggero, come suonerebbe in italiano, è il luogo dove si può chiedere uno strappo a chi a vedere un concerto dei Wilco e dove si organizzano ”macchinate” (il cosidetto car pooling) per dividere le spese fino all’arena dove il gruppo suona. Un po’ come quelle associazioni che organizzavano passaggi in autostop per turisti squattrinati. Lo scopo stavolta non è dare una macchina a chi non ce l’ha, ma solo risparmiare carburante e ridurre le emissioni di Co2.

Una vera e propria ossessione quest’ultima e che non ha colpito solo i Wilco. Ad esempio i già citati Radiohead sono talmente attenti da pretendere che i loro concerti avvengano in luoghi facilmente accessibili e in periferia per evitare ingorghi (per quello avevano scelto l’Arena Civica di Milano, ma chi c’era sa che è andata un po’ diversamente). Sul loro sito (radiohead.com) c’è un’ampia sezione piena zeppa di consigli ai fans su come ridurre le emissioni per raggiungere la zona del concerto e anche un calcolatore per conoscere quanta Co2 viene emessa durante lo spostamento. Per non dire che hanno montato dei pannelli solari sui tourbus e cercano di spostarsi con mezzi che funzionano a energia alternativa, o che usano un impiano luci e audio con il minor impatto possibile.

E l’Italia? Il nostro Paese non sta certo a guardare. Anzi. C’è un progetto molto interessante ideato dall’Edison (edisonchangethemusic.it) e che punta alla realizzazione di concerti con il minor impatto ambientale. Anche qui si parla di car pooling per raggiungere i concerti, di tecnologie innovative per spingere l’amplificazione e illuminare il palco. Un primo assaggio c’è stato qualche tempo fa a Otranto con una serata che ha visto protagonisti, fra gli altri, i Velvet suonare davanti a 15mila persone che hanno goduto di un ottimo show che ha emesso pochissima anidride carbonica.

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