Belli i miei Sebastian…

dicembre 2, 2008

I dischi, ogni tanto, fanno anche male. Perché ci portano alla mente il tempo trascorso, o perché ci obbligano a ricordi sgraditi, oppure perché, ed è il nostro caso, ci pongono di fronte alla parabola cadente di un artista. Queste Bbc Session dei Belle and Sebastian sono proprio quello che non ci voleva. E’ vero, c’è un progetto discografico a lungo vagheggiato (si parla di un film in musica), ma ci sono alle spalle due album (Dear Catastropher Waitress e The Life Pursuit) che hanno chiarito come i B&S di una volta, quelli amati, sono morti e sepolti. Ebbene, adesso arrivano queste registrazione (peraltro già ampiamente bootlegate e ben note ai fan di più stretta osservanza) tratte da cinque show alla Bbc e che altro non fanno se non girare il coltello nella piaga.

I Belle and Sebastian erano sostanzialmente un gruppo in cui “credere”. Nati quasi per gioco a metà degli anni novanta a Glasgow da un’idea di Stuart Murdoch, sono diventati una band di tale successo da riempire palazzetti, quando non stadi, di qua e di là dell’oceano. La storia è risaputa, ma giova ricordarla: Murdoch, uno studente col pallino del pop, chiese ad alcuni amici di accompagnarlo per un disco da presentare al corso di musica professionale del college. Un progetto amatoriale e a tempo, da cui (sventura!) nacque un gioiello assoluto come “Tigermilk”, il cui successo obbligò la band a prendere sul serio i propri mezzi e continuare l’avventura. Erano anni scanzonati, dominati da un approccio naïf alla musica, quel “pop da cameretta” frutto di un collage di emozioni e sensazioni molto sixties e dominate da una vena malinconica tutta british. Atmosfere struggenti, arrangiamenti piovosi come la loro Glasgow, un modo di scrivere e fare musica tanto disincantato quanto capace di scavare nel profondo. Per questo era bello crederci.

Il culto diventò enorme e dietro ai B&S nacque un intero movimento, tanto velocemente ribattezzato New Acoustic Movement (per l’attitudine a preferire arrangiamenti parchi, strumenti acustici e leggiadre orchestrazioni pop), quanto rapidamente scomparso nel volgere d’una stagione. A questo periodo si riferiscono le Bbc Session, al quinquennio 1996-2001, quando escono quattro album (uno più bello dell’altro, tanto per essere chiari), nonché una manciata di singoli ed ep. Pratica, quest’ultima, che contribuirà non poco a far crescere il culto del gruppo scozzese come nel decennio passato era successo a un’intera schiera di rocker inglesi in cardigan a quadri e ciuffi impomatati. Canzoni che a risentirle adesso fanno male tanto sono perfette nella loro semplicità. Melodie-killer da lasciar senza fiato che, per molti e anche per il sottoscritto, altro non sono che il germogliare del seme lasciato cadere da Paul Simon nel suo soggiorno in terra d’Albione di metà anni sessanta.

Riprova ne sono queste Bbc Session di cui  è inutile fare il conto della tracklist, o ricordare i quattro inediti messi a chiusura del disco. Basterà dire che sono un ottimo modo per avvicinarsi alla band, sebbene in modo obliquo: i B&S sono tutto fuorché una macchina perfetta sul palco, come testimonia il live distribuito con la “deluxe edition”. Un’avvertenza, però, corre l’obbligo di farla: occhio, perché una volta scoperti i Belle & Sebastian, difficilmente riuscirete a farne a meno. Il mondo è pieno di testimonianze in tal senso.


Clare and The Reasons

ottobre 25, 2008

Clare & The Reasons – The Movie (Fargo)

 

Anzitutto, è bene dirlo: Clare è una donna fortunata. Perché bella, brava, dotata di talento e di una voce suadente e ricca di sfumature. Ma è anche perché di cognome fa Muldaur e suo padre di nome fa Geoff. Indovinato: proprio il geniale folksinger e bluesman, partner di Dylan e Paul Butterfield (fra gli altri) negli anni Sessanta, autore del celebre tema di “Brazil” di Terry Gilliam, produttore, session man, nonché titolare, anche assieme alla moglie Maria, di una manciata di ottimi album. Sicuramente, oltre al dna, nella vicenda di Clare contano anche l’ambiente, le sollecitazioni, le amicizie cui l’avrà sottoposta il padre. Non c’è da restare esterrefatti, dunque, se il suo album di esordio, The Movie, sia un riuscito pastiche di pop sognante, folk arguto e sbarazzino, richiami alle orchestre jazz e fradicio di atmosfere sixties, cori, coretti, archi e chitarre come non se ne sentiva da un pezzo.

Tutto merito di Marie, sia chiaro: il padre, stavolta, lo zampino non ce lo mette, anche se la visita in studio di un vecchio amico paterno, Van Dyke Parks, giova non poco all’ambiente. Se i Reasons, guidati dal compagno di Clare, Olivier Manchon, sono qualcosa di più di un ottimo accompagnamento al talento della lead singer, la presenza dello storico produttore e musicista aleggia su tutto il disco. La sua impronta fa capolino in ogni brano, che siano coretti alla Beach Boys, progressioni melodiche alla Beatles o lussuriose orchestrazioni alla sua maniera; la presenza di Van Dyke Parks in “The Movie” è il classico cacio sui maccheroni.

Il risultato finale è un disco piacevolissimo dall’inizio alla fine, assolutamente consigliato a chi ama il pop d’autore, ma anche a chi vuole concedersi una pausa rilassante, un bagno caldo fra chitarre acustiche, archi e dolci melodie. Quasi si fatica a indicare un brano migliore dell’altro e se alla fine le preferenze cadono su alcuni episodi piuttosto che altri, è solo una questione di gusti personali. Colpiscono Nothing/Nowhere, arricchita da un cameo di Sufjan Stevens, l’iniziale Pluto (poi riletta in chiave jazzy e cantata in francese alla fine del disco), o la mossa Rodi. Delude, invece, l’unica cover del lotto: Everydoby Wants to Rule the World, ripescata chissà perché dal repertorio dei Tears fo Tears, ma che nella rilettura di Clare mette mostra l’unico vero limite del disco (anche se forse di forza si dovrebbe parlare), cioè una certa uniformità negli arrangiamenti e nello spirito esecutivo. Peccato veniale: in verità, infatti, conferma come Clare sia dotata di una scrittura ben al di sopra della media. Difficile ipotizzare che di lei non se ne sentirà più parlare poiché se all’esordio appare già matura e navigata come autrice, è il fascino complessivo del personaggio a colpire. Un hype tale da poter insidiare a una come Joan as the Police Woman lo scettro di reginetta della nuova ondata di musica d’autore americana.


Dolci montagne di gloria

ottobre 5, 2008

The Acorn – Glory Hope Mountain

 

Dal gelido Ontario, ecco un disco ideale per scaldare il cuore nei piovosi pomeriggi dell’autunno che verrà. Gli Acorn sono un quintetto che ruota attorno alla carismatica figura di Rolf Klausener, mezzo sangue honduregno, innamorato tanto del folk americano quanto delle sue radici sudamericane. Dopo una manciata di ep che hanno attirato l’attenzione dell’universo indie e costruito un buon seguito in Canada e in Nord America, gli Acorn arrivano al debutto ”lungo” grazie alla Paper Bag.

Glory Hope Mountain è anzitutto un concept album, come si usava (stra)fare negli anni settanta, dedicato alla tormentata vicenda della madre di Klausener, Gloria Esperanza Montoya; di cui appunto il titolo è una primitiva traduzione. Un disco, dunque, che se nelle liriche segue una sua personalissima strada, cioè quella di raccontare la difficile esistenza della madre del leader, altrettanto fa nella musica. Lo fa mescolando gli idiomi del folk psichedelico dei tardi sessanta ai dialetti moderni _ o indie come usa dire in certe circostanze _ e imbastardendo il tutto con spezie dal sapore orientali e africano. Motivo per cui Glory Hope Mountain appare un disco eterogeno solo nei dettagli, presentendo altresì un “corpus” di dodici canzoni che scorrono l’una dentro l’altra senza soluzione di continuità.

L’apertura è affidata a una simbolica Hold Your Breath, in cui la voce tenorile di Klausener soffia su un tappeto di chitarre acustiche e percussioni. Un equlibrio cristallino sembra regnare per tutta la canzone a testimoniare la volontà di rendere ogni momento del disco un quadro compiuto in sé e, al tempo stesso, un elemento di un affresco più grande; appunto il ritratto della vita di Gloria Esperanza Montoya. Flood, la seconda traccia, riprende laddove Hold Your Breath ci aveva lasciato: in quel  terreno per niente ostile dove pascolano band come Iron and Wine, Animal Collective, Wilco e Decemberist (giusto per restare nei tempi moderni).

Il rischio è quello di ripetersi e, alla lunga, di stancare. Ma gli Acorn mettono nel conto il loro possibile limite e si affidano alla fantasia disseminando il campo di piccole mine sonore. Succede già al terzo episodio, Even While You’re Sleeping, dove una chitarra distorta si insinua nel mezzo di una litania dal sapore orientale a rendere il tutto ancor più magico. Il gioco funziona e il gruppo va avanti senza più alcun timore procedendo tavolta per sottrazione (Glory, Oh Napoleon) e altre volte per saturazione (Antenna), giungendo al termine di un disco che, giustamente, negli States ha già accesso le fantasie di molti. Se gente come Fleet Foxes o My Morning Jacket ha già conquistato la prima pagina, non si capisce perché ciò non dovrebbe accade prima o poi con gli Acorn ai quali manca senza dubbio un po’ di “hype”, ma non certo le idee e i sentimenti.

L’unico vero limite degli Acorn, casomai, sta nel non lasciarsi mai andare del tutto. Ascoltare Glory Hope Mountain tutto di fila è una bella esperienza, ma alla fine resta un po’ d’amaro in bocca a pensare di cosa sarebero capaci questi canadesi se dimenticassero un po’ di indie e un po’ di pop e si buttassero a corpo morto sul folk e, soprattutto, la psichedelia.


Il terzo Finn vuole assomigliare allo zio

settembre 28, 2008

 

LIAM FINN – I’LL BE LIGHTNING – FARGO 2008

Non esiste, forse, sventura peggiore per un giovane cantautore che quella di essere figlio di. Figuriamoci, poi, se un oltre che figli si è anche nipote di. Situazione in cui si trova il ventitreenne Liam Finn essendo rispettivamente figlio di Neil e nipote di Tim Finn, vale a dire fra le massime espressioni del pop d’autore degli ultimi trent’anni, essendo i titolari di sigle come Splitz Entz, Crowded House, nonché di brillanti carriere soliste. Che potrebbe fare un giovane dotato di cotanto pedigree familiare? Appunto, il musicista. Anzi, il cantautore. Cosa che, peraltro, a Liam riesce particolarmente bene, anche se, a onor del vero, portarsi dietro un cognome così impegnativo finisce per essere, come spesso capitato anche ad altri figli di, un fardello più che uno slancio.

Dunque, Liam inizia a maneggiare gli strumenti da giovanissimo e fonda una propria band, i Betchadupa con cui incide due ep e altrettanti album lungo l’asse di un indie-pop svelto e di pancia, come si confà a dei teen ager. Poi arriva il travaglio adolescenziale, una delusione d’amore e la scelta di trascorre un paio di anni a Londra. Liam torna a casa come un uomo nuovo e con un pugno di canzoni intime e sognanti, talmente pop che si vergogna a farle ascoltare alla band. Il materiale, però, lo sente talmente suo al punto di rinchiudersi nello studio di registrazione del padre ad Auckland dove prende forma il suo album d’esordio, I’ll Be Lightning.

Cinquanta e passa minuti, quattordici episodi con cui Liam prova a diventare il terzo Finn a tutti gli effetti. Si ritrova in lui quella capacità di papà e, soprattutto, di zio nello scrivere piccoli gioiellini pop fuori dal tempo, acquarelli emozionali capaci di rimandare la mente tanto alle glorie del passato remoto (dai Beatles in giù, fate voi…) e a quelle del passato prossimo (Elliot Smith su tutti).

Non tutto, però, funziona a meraviglia perché Liam si auto impone un limite incomprensibile, forse proprio in un’assurda sfida ai parenti. Decide di far tutto (o quasi) da solo. Scrive, suona, produce e persino disegna la copertina. Il che lo porta talvolta a perdersi un pochino e a smarrire il filo del discorso. Anche il cantato in qualche circostanza lascia un po’ a desiderare, soprattutto quando Liam sceglie i registri alti dove la sua ugola fatica e perde lo slancio di passione altrimenti eccellente. Qualche episodio è fin troppo sfocato nei contorni e la voglia di strafare con gli arrangiamenti diventa il limite a un estro che, se ben guidato, appare capace di regalare emozioni persino superiori a quanto fatto dagli illustri parenti. La dimostrazione è la conclusiva Shadow of your Man, tre minuti di solo piano e voce che basterebbe da sola a giustificare l’intero disco. D’altronde tutto I’ll Be Lighning vive di strappi: parte col piede sul gas e sbanda (Gather to the Chapel), rallenta e trova un suo equilibrio e chiude con la sordina e un paio di episodi memorabili (Wise Man, Wide Awake on the Voyage Home; oltre alla già citata Shadow). Alla fine il risultato è più che positivo anche, perché, non dimentichiamolo, siamo di fronte all’esordio di un ventitreenne il cui solo peccato è quello fare Finn di cognome.


Altri cinquanta così, grazie Paul

settembre 6, 2008

Paul Weller compie mezzo secolo e decide di farsi un bel regalo: un viaggio di un’ora e passa dentro mezzo secolo di rock. Ringraziamolo, perché il Modfather non si tiene tutto per sé, ma rende partecipi della festa anche ammiratori e fan che, nell’occasione, potrebbero persino crescere di numero. Negli ultimi tempi l’ex leader di Jam e Style Council ci aveva abituato a una serie di prove se non proprio opache, quantomeno poco ispirate (“As Is Now”, “Hit Parade”). In occasione dei suoi cinquant’anni (li ha compiuti il 28 maggio scorsi), invece, si getta alle spalle ogni remora o scrupolo e suona finalmente la musica che ama di più: quel mix di soul bianco, rock, errebì, brit rock e psichedelia che sono stati il suo marchio di fabbrica negli anni di maggior fulgore.

Ventidue sogni sotto forma di 21 canzoni e un breve racconto dal titolo “The Missing Dream” di Simon Armitage. Un piccolo tributo a se stessi dall’iniziale “Light Night” alla conclusiva “Night Lights”; ballata acustica che è Paul Weller al cento per cento la prima, festosa e chiassosa chiusura di puro pop psichedelico inglese la seconda. Nel mezzo c’è spazio per il soul impastato con l’asfalto della title track (che rinverdisce i fasti di A “Town Called Malice” di Jammiana memoria) e per il soul sopraffino di “Empty Ring” e “Cold Moments”; ma anche per la psichedelia di “Song For Alice” (dedicata alla vedova di John Coltrane, da poco scomparsa) e il pop sporco di “Push it Along” o quello tipicamente inglese e scintillante di “Echoes Around The Sun” e “Sea Spray”.

Certo, in un’ora e quasi dieci minuti di musica c’è anche qualche passo falso, e ci mancherebbe altro. Convince poco, ad esempio, “God” che pure vede alla voce recitante l’ex “Stone Roses” Aziz Ibrahim, così come non lasciano il segno “111” e “A Dream Reprise”. Ma sono solo episodi sporadici, accenni di nuvole in un orizzonte celeste e sereno come quello disegnato dal gioiello “Black River”, in cui Paul si fa affiancare dall’ex leader dei Pulp Graham Coxon in una colorata e sghemba scorribanda sonora.

La comparsata di Coxon non è la sola degna di nota di un disco dove ci mettono le mani anche un genio come Robert Wyatt (“Songs for Alice”), due devoti del credo welleriano: gli Oasis Noel Gallagher e Gem Archer (“Echoes Around the Sun”), oltre al già citato Ibrahim.  Tutti convenuti alla festa di compleanno di Paul Weller, tutti pronti a mettersi al suo servizio. Anche se alla fine dei conti gli episodi migliori del disco restano quelli in cui Paul Weller fa tutto da solo. Come l’assoluto capolavoro “Invisibile”: ballata per piano e voce da mettere i brividi e che dal primo ascolto appare già destinata ad accompagnarti per il resto della vita.

In definitiva un album tanto ricco quanto ambizioso, in cui dopo tanti anni Paul Weller torna a mettere il suo genio a disposizione della musica e non solo del suo ego. Non che il Modfather sia uno cui non piaccia debordare talvolta, ma il bello di questi 21 sogni sonori è proprio la loro intrinseca semplicità musicale, la stessa che da ormai un trentennio accompagna di Paul Weller nei suoi momenti migliori.