Dolci montagne di gloria

ottobre 5, 2008

The Acorn – Glory Hope Mountain

 

Dal gelido Ontario, ecco un disco ideale per scaldare il cuore nei piovosi pomeriggi dell’autunno che verrà. Gli Acorn sono un quintetto che ruota attorno alla carismatica figura di Rolf Klausener, mezzo sangue honduregno, innamorato tanto del folk americano quanto delle sue radici sudamericane. Dopo una manciata di ep che hanno attirato l’attenzione dell’universo indie e costruito un buon seguito in Canada e in Nord America, gli Acorn arrivano al debutto ”lungo” grazie alla Paper Bag.

Glory Hope Mountain è anzitutto un concept album, come si usava (stra)fare negli anni settanta, dedicato alla tormentata vicenda della madre di Klausener, Gloria Esperanza Montoya; di cui appunto il titolo è una primitiva traduzione. Un disco, dunque, che se nelle liriche segue una sua personalissima strada, cioè quella di raccontare la difficile esistenza della madre del leader, altrettanto fa nella musica. Lo fa mescolando gli idiomi del folk psichedelico dei tardi sessanta ai dialetti moderni _ o indie come usa dire in certe circostanze _ e imbastardendo il tutto con spezie dal sapore orientali e africano. Motivo per cui Glory Hope Mountain appare un disco eterogeno solo nei dettagli, presentendo altresì un “corpus” di dodici canzoni che scorrono l’una dentro l’altra senza soluzione di continuità.

L’apertura è affidata a una simbolica Hold Your Breath, in cui la voce tenorile di Klausener soffia su un tappeto di chitarre acustiche e percussioni. Un equlibrio cristallino sembra regnare per tutta la canzone a testimoniare la volontà di rendere ogni momento del disco un quadro compiuto in sé e, al tempo stesso, un elemento di un affresco più grande; appunto il ritratto della vita di Gloria Esperanza Montoya. Flood, la seconda traccia, riprende laddove Hold Your Breath ci aveva lasciato: in quel  terreno per niente ostile dove pascolano band come Iron and Wine, Animal Collective, Wilco e Decemberist (giusto per restare nei tempi moderni).

Il rischio è quello di ripetersi e, alla lunga, di stancare. Ma gli Acorn mettono nel conto il loro possibile limite e si affidano alla fantasia disseminando il campo di piccole mine sonore. Succede già al terzo episodio, Even While You’re Sleeping, dove una chitarra distorta si insinua nel mezzo di una litania dal sapore orientale a rendere il tutto ancor più magico. Il gioco funziona e il gruppo va avanti senza più alcun timore procedendo tavolta per sottrazione (Glory, Oh Napoleon) e altre volte per saturazione (Antenna), giungendo al termine di un disco che, giustamente, negli States ha già accesso le fantasie di molti. Se gente come Fleet Foxes o My Morning Jacket ha già conquistato la prima pagina, non si capisce perché ciò non dovrebbe accade prima o poi con gli Acorn ai quali manca senza dubbio un po’ di “hype”, ma non certo le idee e i sentimenti.

L’unico vero limite degli Acorn, casomai, sta nel non lasciarsi mai andare del tutto. Ascoltare Glory Hope Mountain tutto di fila è una bella esperienza, ma alla fine resta un po’ d’amaro in bocca a pensare di cosa sarebero capaci questi canadesi se dimenticassero un po’ di indie e un po’ di pop e si buttassero a corpo morto sul folk e, soprattutto, la psichedelia.

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Il terzo Finn vuole assomigliare allo zio

settembre 28, 2008

 

LIAM FINN – I’LL BE LIGHTNING – FARGO 2008

Non esiste, forse, sventura peggiore per un giovane cantautore che quella di essere figlio di. Figuriamoci, poi, se un oltre che figli si è anche nipote di. Situazione in cui si trova il ventitreenne Liam Finn essendo rispettivamente figlio di Neil e nipote di Tim Finn, vale a dire fra le massime espressioni del pop d’autore degli ultimi trent’anni, essendo i titolari di sigle come Splitz Entz, Crowded House, nonché di brillanti carriere soliste. Che potrebbe fare un giovane dotato di cotanto pedigree familiare? Appunto, il musicista. Anzi, il cantautore. Cosa che, peraltro, a Liam riesce particolarmente bene, anche se, a onor del vero, portarsi dietro un cognome così impegnativo finisce per essere, come spesso capitato anche ad altri figli di, un fardello più che uno slancio.

Dunque, Liam inizia a maneggiare gli strumenti da giovanissimo e fonda una propria band, i Betchadupa con cui incide due ep e altrettanti album lungo l’asse di un indie-pop svelto e di pancia, come si confà a dei teen ager. Poi arriva il travaglio adolescenziale, una delusione d’amore e la scelta di trascorre un paio di anni a Londra. Liam torna a casa come un uomo nuovo e con un pugno di canzoni intime e sognanti, talmente pop che si vergogna a farle ascoltare alla band. Il materiale, però, lo sente talmente suo al punto di rinchiudersi nello studio di registrazione del padre ad Auckland dove prende forma il suo album d’esordio, I’ll Be Lightning.

Cinquanta e passa minuti, quattordici episodi con cui Liam prova a diventare il terzo Finn a tutti gli effetti. Si ritrova in lui quella capacità di papà e, soprattutto, di zio nello scrivere piccoli gioiellini pop fuori dal tempo, acquarelli emozionali capaci di rimandare la mente tanto alle glorie del passato remoto (dai Beatles in giù, fate voi…) e a quelle del passato prossimo (Elliot Smith su tutti).

Non tutto, però, funziona a meraviglia perché Liam si auto impone un limite incomprensibile, forse proprio in un’assurda sfida ai parenti. Decide di far tutto (o quasi) da solo. Scrive, suona, produce e persino disegna la copertina. Il che lo porta talvolta a perdersi un pochino e a smarrire il filo del discorso. Anche il cantato in qualche circostanza lascia un po’ a desiderare, soprattutto quando Liam sceglie i registri alti dove la sua ugola fatica e perde lo slancio di passione altrimenti eccellente. Qualche episodio è fin troppo sfocato nei contorni e la voglia di strafare con gli arrangiamenti diventa il limite a un estro che, se ben guidato, appare capace di regalare emozioni persino superiori a quanto fatto dagli illustri parenti. La dimostrazione è la conclusiva Shadow of your Man, tre minuti di solo piano e voce che basterebbe da sola a giustificare l’intero disco. D’altronde tutto I’ll Be Lighning vive di strappi: parte col piede sul gas e sbanda (Gather to the Chapel), rallenta e trova un suo equilibrio e chiude con la sordina e un paio di episodi memorabili (Wise Man, Wide Awake on the Voyage Home; oltre alla già citata Shadow). Alla fine il risultato è più che positivo anche, perché, non dimentichiamolo, siamo di fronte all’esordio di un ventitreenne il cui solo peccato è quello fare Finn di cognome.


Altri cinquanta così, grazie Paul

settembre 6, 2008

Paul Weller compie mezzo secolo e decide di farsi un bel regalo: un viaggio di un’ora e passa dentro mezzo secolo di rock. Ringraziamolo, perché il Modfather non si tiene tutto per sé, ma rende partecipi della festa anche ammiratori e fan che, nell’occasione, potrebbero persino crescere di numero. Negli ultimi tempi l’ex leader di Jam e Style Council ci aveva abituato a una serie di prove se non proprio opache, quantomeno poco ispirate (“As Is Now”, “Hit Parade”). In occasione dei suoi cinquant’anni (li ha compiuti il 28 maggio scorsi), invece, si getta alle spalle ogni remora o scrupolo e suona finalmente la musica che ama di più: quel mix di soul bianco, rock, errebì, brit rock e psichedelia che sono stati il suo marchio di fabbrica negli anni di maggior fulgore.

Ventidue sogni sotto forma di 21 canzoni e un breve racconto dal titolo “The Missing Dream” di Simon Armitage. Un piccolo tributo a se stessi dall’iniziale “Light Night” alla conclusiva “Night Lights”; ballata acustica che è Paul Weller al cento per cento la prima, festosa e chiassosa chiusura di puro pop psichedelico inglese la seconda. Nel mezzo c’è spazio per il soul impastato con l’asfalto della title track (che rinverdisce i fasti di A “Town Called Malice” di Jammiana memoria) e per il soul sopraffino di “Empty Ring” e “Cold Moments”; ma anche per la psichedelia di “Song For Alice” (dedicata alla vedova di John Coltrane, da poco scomparsa) e il pop sporco di “Push it Along” o quello tipicamente inglese e scintillante di “Echoes Around The Sun” e “Sea Spray”.

Certo, in un’ora e quasi dieci minuti di musica c’è anche qualche passo falso, e ci mancherebbe altro. Convince poco, ad esempio, “God” che pure vede alla voce recitante l’ex “Stone Roses” Aziz Ibrahim, così come non lasciano il segno “111” e “A Dream Reprise”. Ma sono solo episodi sporadici, accenni di nuvole in un orizzonte celeste e sereno come quello disegnato dal gioiello “Black River”, in cui Paul si fa affiancare dall’ex leader dei Pulp Graham Coxon in una colorata e sghemba scorribanda sonora.

La comparsata di Coxon non è la sola degna di nota di un disco dove ci mettono le mani anche un genio come Robert Wyatt (“Songs for Alice”), due devoti del credo welleriano: gli Oasis Noel Gallagher e Gem Archer (“Echoes Around the Sun”), oltre al già citato Ibrahim.  Tutti convenuti alla festa di compleanno di Paul Weller, tutti pronti a mettersi al suo servizio. Anche se alla fine dei conti gli episodi migliori del disco restano quelli in cui Paul Weller fa tutto da solo. Come l’assoluto capolavoro “Invisibile”: ballata per piano e voce da mettere i brividi e che dal primo ascolto appare già destinata ad accompagnarti per il resto della vita.

In definitiva un album tanto ricco quanto ambizioso, in cui dopo tanti anni Paul Weller torna a mettere il suo genio a disposizione della musica e non solo del suo ego. Non che il Modfather sia uno cui non piaccia debordare talvolta, ma il bello di questi 21 sogni sonori è proprio la loro intrinseca semplicità musicale, la stessa che da ormai un trentennio accompagna di Paul Weller nei suoi momenti migliori.


Quegli omini verdi con chitarre a tracolla.

settembre 3, 2008

Il rock ha sempre avuto una coscienza sociale. Quarant’anni e passa di musica impegnata lo confermano: dai testi dei folk singer degli anni sessanta ai mega eventi benefici dei settanta e ottanta, fino all’oggi fatto di decine di gruppi che si preoccupano più del consumo di Co2 delle loro tournee che di quante magliette venderanno ai concerti. Non è un problema di poco di conto: pensiamo solo ai quanti tir si muovono attorno a una produzione, ma anche al consumo di elettricità durante gli spettacoli. 

Un aspetto al quale le coscienze più sensibili non possono non pensare. E quando parliamo di gruppo indipendenti _ e si intende la libertà di compiere scelte in totale autonomia rispetto alle logiche della grandi casi discografiche _ spesso il motore è la coscienza sociale. Poteva gente come i Radiohead restare insensibile a dati sconvolgenti come questo: un evento musicale di grande proporzioni consuma qualcosa come 7,5 milioni di tonnellate di anidride carbonica, lo stesso consumo energetico di una famiglia media (tre persone) in un anno. No, non potevano. E con loro ci sono altri decine di gruppi, tutti impegnati a escogitare un sistema per ridurre le emissioni dei loro show.

Gli ultimi, ma solo in senso temporale, sono i Wilco. Poca nota dalle nostre parti, ma seguitissima in America dove ha ”numeri” da capogiro per vendite di dischi e pubblico ai concerti, la band ha deciso di varare un’iniziativa quantomeno singolare. Da sempre impegnati a cercare di contenere il consumo di Co2 e avendo già ridotto all’osso le attrezzature da portare in giro, la gente da spostare e il light-show, adesso i Wilco chiedono ai fans di fare loro parte con il progetto ”Passenger Side” (wilcoworld.net/roadcase/passengerside.php). Prendendo il nome da una canzone sul loro primo album, il posto del passeggero, come suonerebbe in italiano, è il luogo dove si può chiedere uno strappo a chi a vedere un concerto dei Wilco e dove si organizzano ”macchinate” (il cosidetto car pooling) per dividere le spese fino all’arena dove il gruppo suona. Un po’ come quelle associazioni che organizzavano passaggi in autostop per turisti squattrinati. Lo scopo stavolta non è dare una macchina a chi non ce l’ha, ma solo risparmiare carburante e ridurre le emissioni di Co2.

Una vera e propria ossessione quest’ultima e che non ha colpito solo i Wilco. Ad esempio i già citati Radiohead sono talmente attenti da pretendere che i loro concerti avvengano in luoghi facilmente accessibili e in periferia per evitare ingorghi (per quello avevano scelto l’Arena Civica di Milano, ma chi c’era sa che è andata un po’ diversamente). Sul loro sito (radiohead.com) c’è un’ampia sezione piena zeppa di consigli ai fans su come ridurre le emissioni per raggiungere la zona del concerto e anche un calcolatore per conoscere quanta Co2 viene emessa durante lo spostamento. Per non dire che hanno montato dei pannelli solari sui tourbus e cercano di spostarsi con mezzi che funzionano a energia alternativa, o che usano un impiano luci e audio con il minor impatto possibile.

E l’Italia? Il nostro Paese non sta certo a guardare. Anzi. C’è un progetto molto interessante ideato dall’Edison (edisonchangethemusic.it) e che punta alla realizzazione di concerti con il minor impatto ambientale. Anche qui si parla di car pooling per raggiungere i concerti, di tecnologie innovative per spingere l’amplificazione e illuminare il palco. Un primo assaggio c’è stato qualche tempo fa a Otranto con una serata che ha visto protagonisti, fra gli altri, i Velvet suonare davanti a 15mila persone che hanno goduto di un ottimo show che ha emesso pochissima anidride carbonica.